martedì 20 ottobre 2015

Rummo


E succede così, non ci puoi fare niente ce l'hai in qualche evoluzione elicolidale del DNA il gene della pastasciuttaia. 
Sei all'estero, assaggi i piatti locali, uno, due tre giorni di seguito. Il quarto comincia a suonarti il campanellino che rintocca le dodici del mezziogiorno, quando si mettono in moto i succhi repressi che reclamano un piatto di spaghetti alle vongole veraci o uno di penne all'arrabbiata. Riflessi pavloviani che ti fanno salivare. Cerchi di resistere, ma quando torni, il primo piatto è di pasta, anche solo con burro e salvia. Finalmente.


La Rummo l'ho scoperta sugli scaffali del supermercato, quella prima volta in promozione. 
Nome terrore come indispensabile che sia, etichetta colore del grano, poche indicazioni che parlano di lentezza e di consistenza. 

Si prova e non si abbandona più.

Acqua come ingrediente, acqua che distrugge. 
Non possiamo, da italiani, permettere che gli scaffali siano privi di uno dei prodotti migliori della nostra cucina. Immagini un'Italia senza la Ferrari? 
Ci sono già iniziative per aiutare la ricostruzione come questa, ma la rete è generosa, così come la natura che provvederà, con la sua solita caparbia a ridare la materia prima, quel meraviglioso grano che troviamo trasformato nei nostri piatti. 

W la pastasciutta, W Benevento.

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