venerdì 30 maggio 2014

Un terzo di gravità - Racconto



Sono nel posto sbagliato.

Quando e se per caso verrai a conoscenza di un pianeta un po' più piccolo di questa Terra, ecco, dammi una voce, fammi un fischio che compro il biglietto di sola andata della corriera che mi porta finalmente là. 
E' un pianeta solo un po' più piccolo, all'incirca un terzo più piccolo, dove la Forza di attrazione è più sopportabile di questa quaggiù, che da tanto tempo devo subire.

Il mio corpo non è adatto alla Forza che c'è qui. Mi pesa troppo; c'è sempre una mano che mi afferra e mi trascina verso il basso e non mi permette, nonostante lo sforzo della spinta delle mie gambe, di gustare la fase di volo, di liberarmi un attimo nell'aria. E' una frustrazione continua, un'angoscia insopportabile.
I miei piedi premendo la terra ricevono in cambio solo una piccola parte di energia per spiccare un breve, ridicolo salto, che subito mi sento inghiottita da quella più forte, inesorabile calamita che mi attrae verso il suo centro motore.

Non sono nata qui?

Non ricordo, ma è un classico. Avranno di certo premuto il tasto di default prima di buttarmi giù. Altri come me provano lo stesso sentimento di disagio. Ti chiederai come faccio a saperlo. Lo intuisco, lo vedo quando incrocio i loro occhi acquamarina. 
Anche loro vorrebbero essere altrove, ma nessuno osa chiedere all'altro se nei sogni compare un luogo dove i passi sono più lunghi e più alti, i copi più esili e aggraziati. 
Qui siamo diventati tozzi, con carne insulsa attaccata alle ossa. Sentiamo premere i capi articolari sui menischi che lanciano segnali di dolore causati dal nostro stesso peso.

Chi ci ha mandato?

Qualcuno a cui abbiamo fatto un torto, un dispetto? Mi sembra palese. Lui sarà là, sul pianeta più piccolo che se la ride come se guardasse anatre che raggiungono goffe l'acqua del lago. 
Dobbiamo averla combinata davvero grossa per meritare un trattamento così. Averci lasciato poi sulla terraferma, deve essere considerato da Lui la pena peggiore. Ha preso bene la mira perché l'alternativa più probabile sarebbe stata quella di centrare qualche oceano. Ce ne sono tanti di mari qui, fanno la maggioranza della superficie di questa roccia bagnata che gira e gira e non si capisce dove voglia andare a parare. 
Invidia! Lei se la gode delle sue e altrui forze. E' in equilibrio. Io no.

E non mi consola il fatto che qualcun altro abbia avuto un trattamento più benevolo con il tuffo forzato in acqua. Adesso, il fortunato, se la spassa più di me, si muove sinuoso con minimo sforzo, sempre ben allungato, senza l'opprimente fardello della Forza sulle spalle. 
Ah! Certo. Può nuotare anche nudo nell'acqua, non deve starsene per ore in piedi, seduto per poi rizzarsi con un crepitio di tendini ipertesi o coricato perché sfinito dallo sforzo. Si muove all'unisono prendendo la forma delle onde, mentre qui c'è da stare molto attenti a non prendere la forma di niente. E' un continuo e inutile tentativo per evitare che la forma prenda te. Ma la sua vittoria è scontata.

E gli altri? 

Si vede a volte in cielo chi non ce la fa più a sopportare la Forza. Si butta da macchine volanti in una coazione a ripetere come sotto l'effetto di una droga. E non sai bene se decida consapevolmente di tenere chiuso il grande lenzuolo, di aprirlo all'ultimo momento per beffare l'esagerata gravità o se davvero le mani si contraggono paralizzate sulla leva. Tanti, in questa roulette russa, ci lasciano le penne, le squame, la pelle. Ma li capisco. 

Altri ancora si caricano sulle spalle bombe d'aria e si buttano in acqua, e giù, giù. Ma è solo un'illusione effimera che scompare dopo pochi metri di profondità, non la sconfiggi lei, la Forza ti trascina, ti narcotizza e alla fine ti deride con un ghigno sarcastico.

Quanto tempo ancora?

Sento un battere ritmato continuo, sempre lì, a ricordarmi il tempo a volte infinito come le giornate di pioggia incessante, fatte di monocromia dove il mio peso grava il doppio. 
Quante volte devo ancora sentire toc, toc, toc..., quante rotazioni devo ancora aspettare? 
Se almeno riuscissi a leggere il display della mia pompa saprei quando è ora di raccogliere le mie tre cose, appoggiare l'ultima volta i piedi sulla scaletta della immaginaria corriera e tornarmene a casa.

Pianeta Terra, 19 Luglio 3969


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